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CHIVASSO. Paolo Rava morì troppo presto per realizzare il suo sogno

Chivasso
Paolo Rava è stato sindaco di Chivasso

Di Paolo Rava abbiamo scritto tante volte.

L’ultima il 10 marzo 2014, quando suggerivamo all’amministrazione comunale “Un’idea per l’Expo 2015”.

[…] Partire dunque da qui. Da un’idea! E tra le tante che ci potevano venire in mente ce n’è una che attende da decenni di potersi materializzare,

naturalmente con il consenso dei parenti e, probabilmente, il giusto riconoscimento all’uomo.

E’ dell’ex sindaco Paolo Rava, a cui questa città ha già dedicato uno dei suoi due campi da calcio.

A che cosa ci stiamo riferendo è presto detto. A una pinacoteca. O meglio, ad un museo del fumetto.

Non tutti sono infatti a conoscenza che nella sua breve vita (morì di ictus nel 1982, a soli 49 ann) Paolo Rava raccolse fumetti, stampe, copertine in tutte le lingue del mondo, a partire dall’800 fino ai giorni del suo tempo.

Raccolse così tanto materiale, decine di migliaia di pezzi, che di lui, nel 1999, Pompeo Vagliani nei quaderni della “Biblioteca Subalpina” scrisse: “Il grande sogno di Rava era di mettere insieme una collezione mondiale, una collezione globale per confrontare diversi tipi di fumetto e periodici illustrati, di satira e di costume usciti nello stesso periodo di tempo, al fine di poter cogliere le ricchezze delle diversità culturali e i molteplici riferimenti alla realtà sociale e politica contemporanea...”.

Un museo del fumetto, dunque, per tornare a sognare e insieme costruire un’occasione di sviluppo. Ma anche un modo per ricordare e onorare uno dei migliori, anzi il miglior politico che questa città abbia mai avuto. Paolo Rava, socialista di sinistra. Imprenditore e assieme sindaco e assessore di Chivasso nel ‘60 e nel ‘70. Poi assessore provinciale alla cultura dal 1980 al 1982. Nessuno tra chi lo ha conosciuto in vita ha mai pensato male di lui, anche solo per caso o per sbaglio. Sua moglie Margherita Aragno (morta nel dicembre scorso a 79 anni) lo conobbe alla patronale del Beato Angelo Carletti, proprio sotto il Municipio.

Subito se ne innamorò e lo sposò nel 1958. “Aveva qualcosa di speciale – ci raccontò nel 2001 – Aveva intuito. I suoi ragionamenti e i suoi pensieri puntualmente anticipavano soluzione all’avanguardia con i tempi. Aveva un’ntelligenza aperta al mondo. Ogni tanto gli chiedevo: ma che cosa me ne faccio di tutti questi fumetti? E lui? Un giorno mi portò a casa addirittura 10 mila disegni, tutti in una volta. Erano di Nerbini…”.

E a casa Rava c’era veramente di tutto.

Il Corriere dei Piccoli, il Giornale dei bambini, riviste francesi, inglesi e americane. “Prima di morire – aggiunse ancora Margherita Aragnoacquistammo una villa a Piverone. Il suo sogno era di trasformarla nella grande biblioteca del fumetto…”.

E più si faceva fitto il discorso e il filo del ricordo, più si materializzava quel sogno di un uomo che “in fondo in fondo” da quella casa di via Platis, a Chivasso, impregnata nell’odore della carta, era come se non se ne fosse mai andato via.

Mio marito? Era un terremoto di felicità. Era l’energia e la forza. Un vulcano di idee. Un pazzo scatenato. Un uomo intelligente, dinamico, buono e onesto… Si alzava presto la mattina per girare in lungo ed in largo il balon di Torino alla disperata ricerca dei Topolino. Li annusava. Li accarezzava. Gli piacevano i fumetti, i libri, i quadri, le riviste ed i manifesti. Tutto gli piaceva e tutti i giorni della sua vita li ha passati a cercarli in Italia e nel mondo. Poi, di notte, sveglio sino alle tre, alle quattro e ancora oltre, a catalogare, guardare e raccogliere…”.

Perchè Paolo amava le persone e il mondo e avrebbe voluto raccontarlo tutto con i fumetti.

Morì troppo presto per mettere in pista il suo progetto, non troppo tardi per “disegnarci” almeno l’Africa in una riuscitissima esposizione, di cui ancora oggi a Torino si parla. Più che significativo il titolo: “Per noi si è spento il sole…”.

Per lui, il giorno dei funerali, tutta la città, di destra e di sinistra si fermò, per camminare al suono di bandiera rossa.

Neanche a dirlo, quell’infausto giorno, accorsero in città anche loro, decine di giovani extracomunitari vestiti con gli abiti tradizionali, come lui avrebbe voluto, per piangere a dirotto. Piangevano loro. Piangeva il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che solo qualche mese prima gli aveva inviato un telegramma dicendogli di andare avanti così… Piangevano i suoi dipendenti, cui lui da vero precursore, aveva già offerto in allora di entrare in società nella sua fabbrica.

Quella fabbrica che recava alla porta di ingresso un cartello: “Si accettano omaggi ma solo se fumetti”. Divertente battaglia di uno che fino in fondo promosse davvero l’onestà e la trasparenza, senza prendere troppo sul serio la politica e la vita….

 

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