Giorgio Cortese

Vivere con ottimismo di: Giorgio Cortese

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Cui bono? – Un caffè bijou! – Il giornale non fa il reddito. – La lingua. – Sacripante! – Attimi..SON CORTESE

Cui bono?
Ho recentemente letto che nel territorio Canavesano avverrà la costruzione di un centro commerciale. Questa notizia mi ha fatto venire in mente un articolo letto diverso tempo addietro che spiegava come nei primi anni del nuovo millennio i centri commerciali sono cresciuti a dismisura anche in Italia. Questi centri si riempiono in estate perché molti girano dentro per stare al fresco dell’aria condizionata ed in inverno per il tepore del riscaldamento e si raggiungono solo in auto, accrescendo l’inquinamento dell’aria e poi come certi aperti negli anni passati occupano il centro di città votate all’arte! . Di rado ne viene considerata la sostenibilità sotto il profilo ambientale quando vengono costruiti. Ritengo i grandi centri commerciali, dei luoghi dove le relazioni umane sono inesistenti, uno spazio fisico che è il non luogo, contrapposto ai classici luoghi di incontro tra esseri umani, come le piazze, i bar e anche il nome che hanno i campi nel territorio, dove una volta i nonni contadini si ritrovavano per lavorare la terra e non per giocare con Iphone, dei micro toponomini che sono le nostre radici. Come ho detto ritengo il centro commerciale è un non luogo per senza radici, prodotto artificialmente dalla attuale società liquida ed iper-moderna, dove non ci sono ne identità, né relazioni, né storia, dove moltitudini di individui si incrociano senza entrare in relazione, spinti solo dal desiderio di consumare o di accelerare le proprie attività quotidiane. Negli Stati Uniti, dove il bar non esiste, il mall, questo il nome anglosassone è, anzi era il punto di ritrovo d’elezione per gli adolescenti, nativi digitali e nello stesso tempo mall-nativi. Ma digitale oggi è la rete, la connessione, la relazione senza spazio fisico, e i consumi mutano, ed in America che sperimenta le innovazioni e purtroppo le crisi prima di noi, i centri commerciali sono in declino e allora dopo averli costruiti si rischia di avere oltre ai capannoni industriali dismessi anche centri commerciali dismessi, invasi da erbacce e rifugio occasionale per disperati. Oggi sono invece i non luoghi del web a offrire a noi mammiferi evoluti la nuova frontiera per i sempre più numerosi Iphone-dipendenti. Con questa breve lettera voglio portare a galla il problema che molti fanno finta di non vedere e di non sentire. I negozi tradizionali, i piccoli commercianti sono sempre di più schiacciati da una parte dall’enorme pressione fiscale che sono costretti a sopportare, unita alla crisi che rende i portafogli dei concittadini sempre più leggeri, e in questi ultimi decenni dalla concorrenza dei centri commerciali che offrono di tutto a prezzi a volte molto inferiore del piccolo negozio a conduzione familiare e con pochi dipendenti. I grossi centri commerciali in virtù della loro mole di vendita possono offrire ai loro clienti prodotti a prezzi inferiori distruggendo il vero tessuto economico dei paesi fatto per lo più da piccole botteghe. Penso che si parla con troppa superficialità delle ricadute positive sul lato occupazionale. Se non si è proceduto ad un’analisi costi benefici, come si può parlare di occupazione? Purtroppo inizia a farmi strada il dubbio che qualcuno creda veramente che l’occupazione la si crei solamente con i lavori pubblici e le costruzioni, che notoriamente hanno un effetto anti -ciclico ma una volta terminati riportano la situazione al punto di partenza. Manca in tutto questo un’idea concreta di sviluppo locale. Da una parte si fanno i lavori di arredo urbano che dovrebbero riportare la gente a rivivere il proprio centro storico, dall’altra si costruiscono centri commerciali all’ingresso delle città. Quando viene fatto un investimento nel territorio, la Politica dovrebbe essere in grado di valutare tutte le ricadute, non fermandosi solo ai benefici occupazionali, spesso temporanei perchè connessi alle dinamiche del mercato del lavoro, oppure al consistente gettito per le casse comunali proveniente ad esempio dall’Imu invece di cavalcare il vento di moda del populismo e fomentare le fobie verso lo straniero ed il diverso per nascondere la propria incapacità di gestire i problemi reali. Ritengo che di ogni progetto si dovrebbe poter apprezzare la ricaduta sull’indotto economico-imprenditoriale esistente, la capacità di creare nuove imprese sul territorio, il grado di integrazione con le infrastrutture esistenti e con quelle di nuova costruzione, e soprattutto si dovrebbe guardare al fatto se esista un mercato in crescita in cui quel progetto abbia una sua prospettiva di sviluppo o comunque una sostenibilità a medio-lungo termine. Quando si costruiscono contenitori, a prescindere dalla redditività e dal mercato esistente per i contenuti, a guadagnarci sono quasi sempre quelli che propongono i contenitori. Voglio dire che il rischio è che questi investimenti logistico-commerciali si trasformino in operazioni immobiliari. Ma queste sono solo congetture da profano che assiste all’agonia delle piccole attività commerciali, che con il ceto medio più di chiunque altro subiscono la crisi economica.. Personalmente, e sono sincero non ho una proposta da mettere in discussione ma mi farebbe piacere sollevare il problema e magari trovarne degli utili spunti da parte di tutti e di chi abbiamo democraticamente eletto per proporre un’idea che aiuti appunto a trovare una soluzione se no “Cui prodest?”
Favria 20.09.2017 Giorgio Cortese

Le delusioni su certe persone sono simili al passare del tempo, mi cambiano.
Un caffè bijou!
La preparazione del caffè è un rituale antichissimo, una tradizione secolare che è stata tramandata fino ai giorni nostri. I metodi e gli strumenti per la preparazione di questa bevanda dall’aroma inconfondibile sono cambiati molto nel corso dei secoli, da utensili rudimentali fino alle modernissime macchine da caffè e le moderne cialde. La preparazione dei primi caffè ha luogo tra l’Africa e il medio Oriente ed Etiopia e Yemen sono i primi a specializzarsi nella sua produzione. Pèensate che in origine il caffè veniva preparato con l’intera bacca raccolta dalla pianta che veniva semplicemente pestato. Solo in seguito si decise di utilizzare solo i chicchi verdi contenuti nella bacca, ma inizialmente i chicchi non venivano tostati e il caffè veniva semplicemente preparato facendo bollire i chicchi tostati interi. Il passo successivo fu di macinare in polvere i chicchi con il mortaio e fare il composto nell’acqua, aggiungendo miele, aromi e spezie. E’ nel diciassettesimo secolo che compaiono i primi oggetti per la preparazione del caffè. Ma è con la comparsa delle prime caffettiere in rame e ottone ad effettuare una vera rivoluzione. Ma la bevanda era ancora molto diversa da quella che consumiamo oggi e questo frenò la diffusione su larga scala del caffè per qualche tempo, fino all’invenzione della macchina da caffè alla fine del diciannovesimo secolo. Il primo brevetto fu presentato dal torinese Angelo Moriondo in occasione dell’Esposizione Universale di Torino nel 1884. Da allora il caffè è la bevanda preferita in tutto il mondo e viene assaporata in modo diverso in ogni paese. Non c’è nulla di più familiare e rassicurante del gorgoglio del caffè che “sale” sul fornello di casa, mentre il suo delizioso aroma pervade il soggiorno. Johann Sebastian Bach amava il caffè, e anche Voltaire, Balzac e altre grandi menti. Si dice che Beethoven contasse pazientemente i sessanta chicchi necessari alla preparazione di ogni tazza, in modo che il suo caffè risultasse sempre della stessa forza. Nel nuovo secolo sono state tante le migliorie apportate ma quella davvero rivoluzionaria è stata la macchina da caffè in capsule dall’utilizzo estremamente intuitivo come la caffè bijou! Personalmente misuro la mia vita quotidiana nella giornaliera tazza di caffè perché la vita è una bellissimo e interminabile viaggio alla ricerca della perfetta tazza di caffè. E poi durante le torride estati cosa c’è di meglio che gustarsi qualcosa di fresco? Invece di optare per il solito the freddo, trovo una fresca e gustosa alternativa nel caffè freddo in estate, quando il caffè caldo spesso non è gradito. Quando bevo una tazza di caffè bijou, questa giunge nello stomaco e tutto mette in movimento: le idee avanzano come battaglioni di un grande esercito sul campo di battaglia; questa ha inizio ed pensieri geniali e subitanei si precipitano nella mischia come tiratori scelti e la giornata mi sorride ed io sorrido alla vita
Favria 21.09.2017 Giorgio Cortese

Ogni giorno non penso al mio ieri, è già passato, ma lo custodisco nel cassetto dei ricordi. Penso al mio oggi, cerco di viverlo bene in ogni istante. Mi godo il mio presente dando voce al mio cuore. Cerco di viverlo sempre con gioia, lasciando da parte i pensieri negativi, perché solo così posso pensare al mio futuro che mi attende.

Il giornale non fa il reddito.
Vi voglio narrare di un fatto effettivamente accaduto negli anni sessanta del novecento e precisamente nel 1969, raccontatomi da un mio amico. Da pochi anni una importante azienda italiana che produce auto aveva aperto una stabilimento in Urss l’allora Unione Sovietica Tutto intorno il piccolo villaggio di Stavropol nel bacino del Volga meridionale si era trasformato in Togliattigrad, moderna città di 800 mila abitanti, concentrata intorno al suo cuore automobilistico. Allora sorse pure l’università che avrebbe dovuto garantire la formazione dei quadri futuri, mentre con buona pace della casa madre, la squadra di calcio di Togliatti prese il nome di Torpedo, come si usava chiamare nell’URSS i collettivi sportivi del settore automobilistico e per costruire lo stabilimento le maestranze sovietiche lavorarono a con – 35 gradi centigradi, il risultato fu uno stabilimento di 5 milioni di metri quadri, con 270 km di catena di montaggio, in grado di produrre 2 mila vetture al giorno. In questo stabilimento venne inviato questo mio amico per seguire la lavorazione di alcuni macchinari. Visto che l’unico giornale italiano che arrivava in quei luoghi dopo due giorni era solo L’Unità, allora organo del Pci, questa persona lo acquistava e poi lo metteva in bella mostra piegato nella tasca della giacca, pensando che questo fosse di aiuto nel periodo di permanenza in quel paese lontano dalla madrepatria. Dopo una settimana l’interprete a pranzo gli chiese se poteva fare una domanda, alla risposta affermativa gli domandò quale era il suo stipendio in Italia. Chi mi ha raccontato l’episodio mi disse che allora lui guadagnava circa settantacinquemila lire ed il suo diretto superiore circa novantamila lire. Il protagonista dell’episodio per darsi importanza disse che guadagnava circa centodiecimila lire, intanto chi gli aveva fatto la domanda cosa ne sapeva degli stipendi dell’Italia che era tanto lontana. Quando disse all’interprete che guadagnava sui centodiecimilalire, questi rimase in silenzio un attimo e poi gli rispose che gli avevano detto che chi in Italia guadagna più di centomilalire non legge l’Unità! Questo episodio mi ha fatto ricordare il proverbio che dice che non è l’abito che fa il monaco ma sicuramente fermarsi solo all’apparenza, è sbagliato, ma a volte poniamo più attenzione nel far credere agli altri di essere felici che non cercare di esserlo veramente. Personalmente penso che nella vita quotidiana ci sono quattro modi, con i quali siamo in contatto col mondo, da ciò che facciamo, come appariamo, ciò che diciamo e come lo diciamo. Ritornando al proverbio prima citato in Germania hanno lo stesso proverbio che è completamente rivoltato: “Kleider machen Leute”, significa, letteralmente, “I vestiti fanno le persone”, ma purtroppo ostentare la lettura dei quotidiani non fa il reddito ma ci mette in imbarazzo
Favria, 22.09.2017 Giorgio Cortese

Buona giornata. Certi giorni mi sembra di essere simile ad un guerriero ma armato solo di tastiera con mouse e barricato tra le rughe della vita.

Per certe persone lo sport è l’unica cosa intelligente che possono fare essendo dei perfetti imbecilli

La lingua
L’identità di un popolo è costituita dalla sua cultura e si esprime attraverso la sua lingua che è la massima espressione dell’identità del popolo, anzi è l’essenza dell’anima del popolo stesso. La vita di un popolo continua fino a che continua ad esistere e ad essere parlata la sua lingua. Se questa lingua muore, il popolo non ha più possibilità di esistenza. La lingua piemontese è quindi l’espressione dell’identità del popolo piemontese. Ma come nasce questa lingua? Fin dal II° millennio A.C., tutta l’area padana occidentale, quindi il Piemonte, è abitata dai Liguri. un popolo pre-indoeuropeo. Il termine “Ligure” non ha relazione con la Liguria attuale e va inteso in senso molto più ampio. Dei Liguri e del loro linguaggio, restano i nomi di alcune località che ancor oggi terminano con suffisso in “asco-a”, Beinasco, Revigliasco Grugliasco, Airasca. Secondo alcuni storici il nome della città di Asti è tale in quanto in ligure antico “ast” aveva il significato di collina. Anche l’antico nome del fiume Po, Bodincus è tipicamente ligure. Successivamente tra il VII° al VI° secolo A.C. avviene la migrazione di un altro popolo, di origine indoeuropea: i “Celti”. Molti sono i vocaboli di origine celtica, ancora presenti nel linguaggio piemontese attuale: drugia, letame dal celtico dru, fertile; brich, colle da beal; bisa, vento freddo, da bis, pungente; balma, caverna, dal celtico balmein, pietra alta; bealera, corso d’acqua, dal celtico beal. Toponimi con il finale è come Cuorgnè, Agliè, Lusigliè, Loranzè,Ciriè. Dopo la dominazione romana nel corso del VI° secolo giungono i Longobardi. I suffissi in “engo” di vari toponimi attuali sono di derivazione longobarda come Murisengo, Verolengo. Il vocabolo piemontese masca, strega o fattucchiera, deriva dal longobardo masco. Barba, zio da bas, zio materno. Scianché, strappare, da claquer. Matòt, ragazzo da mad, fanciullo. Dall’XI° al XVII° secolo si susseguono invasioni francesi e spagnole. L’influsso francese è molto evidente nel nostro lessico e nella nostra sintassi. Non si deve dimenticare che la lingua piemontese e quella francese sono due lingue romanze gemelle, la prima si è formata su un nucleo ligure-celtico, al di qua delle Alpi; la seconda su un nucleo gallo-celtico, al di la delle Alpi. Anche gli Spagnoli lasciano alcuni vocaboli nella nostra parlata, creada, fantesca; borich, asino; Lunes/Martes/Mércol, Lunedì/Martedì/Mercoledì. Ma anche i contatti con la lingua Germanica, introduce dei vocaboli ancora attuali: magon, afflizione, da magen, mal di stomaco; trafen, rumore, da Treffen battaglia, brandé, bruciare, da brand, tizzone, asil, aceto da essil; cassul da kessel; ciòca, da kloka. Il piemontese non è un dialetto ma una lingua formata da un substrato celto-ligure su cui si è innestata la lingua latina; via via, con il tempo si sono introdotti vari vocaboli di carattere europeo. E’ quindi una lingua autoctona. E’ una lingua e non un dialetto.
Favria, 23.09.2017 Giorgio Cortese

Nella vita le ferite più grandi non me le sono fatte cadendo, ma aiutando le persone sbagliate.

Sacripante!
Oggigiorno si usa dire sacripante per indicare una persona scherzosi, qualcuno dalla forza smisurata, che incute paura, o una persona vanagloriosa, un “gradasso, smargiasso, o spaccone”, ed un simile fenomeno è avvenuto anche in francese col sostantivo comune sacripant. Il tutto prende origine dal nome di Sacripante, personaggio della letteratura epico-cavalleresca, presente ne “L’Orlando innamorato” di Boiardo e ne “L’Orlando furioso” di Ariosto. Riyengo che sia una parola che davvero impreziosice il discorso. Nei poemi di Boiardo e di Ariosto, Sacripante è un re saraceno proveniente dalla Circassia, una regione del Caucaso. È un personaggio grande e grosso, di portamento fiero e dalla temibile forza. In questi poemi lui fa di tutto per conquistare Angelica, ed in sua difesa compie straordinarie prodezze, senza riuscire mai, tuttavia, a conquistarne l’amore. Sacripante per Angelica combatte ad Albraccà, Boiardo, e contro Rinaldo, Ariosto. Angelica richiede la sua protezione per uscire da una selva e Sacripante si appresta ad abusare di lei, ma viene distolto dal sopraggiungere della guerriera Bradamante che lo disarciona. Il grande e popolare successo di queste opere ha portato “sacripante” ad indicare per antonomasia uomini imponenti e forti, oltre che, con un certo mutamento di senso, anche persone furbe e destre. Sacripante è anche il nome di un personaggio borioso e vanaglorioso della Secchia rapita del 1622, poema eroicomico di Alessandro Tassoni, da cui Gastone Boccherini, un secolo dopo, avrebbe tratto il libretto per il dramma eroicomico in tre atti La secchia rapita nel 1722, musicato da Antonio Salieri. Il suono di questa parola è bellissimo, riempie la bocca con una vibrazione unica, e anche per questo torna bene come esclamazione, anche se oggi suona parecchio rétro. La forma Sacrapant ricorre anche come nome di un mago nell’opera teatrale The Old Wives di George Peele, pubblicata intorno al 1595. Miss Sacripant è, invece, il nome di un costume del teatro di varietà col quale, in giovinezza, Odette de Crecy, la cocotte della Ricerca del tempo perduto di Proust, aveva posato da modella en rôle travesti per un acquerello del pittore Elstir di Nizza. Di sacripanti gradassi ed aggressivi ne incontro sempre, e cercano di mordermi l’animo ma così possono solo lasciare i loro denti nella scorza d’acciaio che la vita sulla pelle mi ha forgiato!
Favria, 24.09.2017 Giorgio Cortese

Ritengo il sincero sorriso come un portafortun che non devo mai dimenticare a casa

Attimi.
Nella vita quotidiana co sono brevissimi attimi che hanno un gusto indelebile, un profumo che mi attraversa tutto il mio animo, sono attimi che mi accarezzano e camminano dentro fino a togliermi il respiro, attimi da sogno che ubriacano l’anima. Sono attimi di stupore e dove vorrei che non finissero mai. Ma sono solo brevi attiimi…
Favria, 25.09.2017 Giorgio Cortese

Nella vita quotidiana la strada dritta e facile non ha mai prodotto piloti esperti.

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