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IVREA. Al Liceo Gramsci una lezione su Gobetti

Ivrea
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Davvero bella e intensa la lezione di due ore che giovedì 11 maggio, nell’Auditorium del liceo ‘Gramsci’ di Ivrea, il professor Davide Bombino e alcune sue alunne, nell’ambito delle “Giornate gramsciane”, hanno dedicato alla figura di Piero Gobetti.
Dopo la lettura di alcuni passi significativi dello “Zibaldone politico” Che ho a che fare io con i servi? (Aliberti 2011) e dopo un breve filmato che ricostruiva il contesto storico e politico dei primi decenni del ‘900 – Gobetti nasce a Torino nel 1901 e morirà in Francia nel 1926, a soli 25 anni, a cause delle percosse ricevute dagli squadristi – Bombino ha provato a tratteggiare il profilo riccamente documentato di questo antifascista torinese a tutto tondo.
Anzitutto il legame strettissimo con Antonio Gramsci, un’altra figura storica e culturale dell’antifascismo italiano, un vero e proprio maître à penser, da cui nemmeno Zygmunt Bauman ha potuto prescindere: sebbene di formazione marxista, il fondatore dell’Unità aveva molti punti in comune e una profonda affinità ideale con il pensiero liberale di Gobetti.
La rivoluzione cui pensava il primo era quella operaista che nel 1917, paradossalmente, si era realizzata in un Paese poco industrializzato come la Russia zarista e in seguito sovietizzata, mentre quella che aveva in mente il secondo era una rivoluzione liberale, che si poneva in continuità con il pensiero liberale europeo del XIX secolo.
In quanto apertamente antifascisti, tutti e due, in ogni caso, assumevano per così dire una posizione anti-bismarckiana, auspicando a loro modo una maggiore partecipazione del popolo nella vita dello Stato, e ciò proprio nel momento in cui lo Stato fascista si accingeva a togliere ogni libertà al popolo.
Un popolo, quello italiano, – lo ribadiva in tempi recenti anche Maurizio Viroli nel suo testo su La libertà dei servi (Laterza, 2012) – che ha sempre avuto una certa inclinazione al servilismo, a partire perlomeno, ricordava Bombino, dal Cinquecento.
Instancabile promotore culturale e fondatore di incisive riviste critiche come Energie Nove, Il Baretti e La Rivoluzione liberale, nelle quali, peraltro, venivano ospitati interventi di alte e nobili personalità culturali dell’epoca, a loro modo àpoti, cioè sostanzialmente scettici, a partire anzitutto da Benedetto Croce, il giovane Gobetti condivideva con Gramsci uno dei perni strutturali del marxismo che è anche uno dei fondamenti metodologici della filosofia hegelo-marxista: l’impostazione dialettica. Da considerarsi, però, non solo come strumento d’analisi storico-dialettica della realtà, nel cui fondo poter cogliere le contraddizioni sistemiche del fascismo come pure del capitalismo ad esso legato (specie dopo il Patto Vidoni del 1925, pagato a caro prezzo da Giacomo Matteotti l’anno prima), ma anche come concezione che vede nella necessità del contrasto, del pólemos, il motore hegeliano della storia. Oltre che in Eraclito, una tale concezione dialettica della realtà ha emblematicamente nella poetica di Hölderlin (Patmos, 1800), nella filosofia di Marx (La questione ebraica, 1844) e nel pensiero di Mazzini (Dei doveri dell’uomo, 1860) la sua radice e la sua espressione tragica.
Là dove c’è il pericolo – diceva infatti il poeta di Tübingen all’inizio del XIX – cresce anche ciò che salva. Una  lezione che evoca indubbiamente temi biblici ed evangelici e che, com’è noto, Hegel, laicamente, ha saputo far propria nella Fenomenologia dello Spirito, che resta il paradigma filosofico di ogni impianto dialettico.
Modello a cui, peraltro, pur contrapponendosi nettamente, sia Feuerbach sia Marx si sono ispirati nelle loro critiche al maestro di Stoccarda.
Critiche di cui si sono imbevuti Gramsci e Gobetti nel progettare le loro rivoluzioni, fondate sul pensiero della praxis.
A vario titolo, per diverse ragioni e a differenti livelli culturali – ricorda fra l’altro anche Amedeo Cottino in C’è chi dice di no. Cittadini comuni che hanno rifiutato la violenza del potere (Zambon 2016) – molti sono stati e continuano ad essere quelli che non assumono questo pensiero della prassi, un pensiero che oltre a una convinzione profonda e a un’idea chiara, presuppone anche il momento decisivo dell’azione fattiva: sono quelli, cioè, che pur essendo in qualche modo consapevoli della gravità e della insopportabilità di una certa situazione, si limitano a stare a guardare, a mugugnare ma a non dire, a dire ma a non fare, a fare per sé ma non per gli altri, a occuparsi degli altri ma solo per il proprio tornaconto, soprattutto per mettersi a posto con la propria coscienza. Vale a dire per farla tacere. Ma, scrivevano ad esempio Sophie e Hans Scholl sui loro Flugblätter der Weissen Rose, sui «Volantini della Rosa Bianca» nella Monaco del 1942, e contro il Terzo Reich – «Wir schweigen nicht, wir sind Euer böses Gewissen, die Weiße Rose lässt Euch keine Ruhe!», «Non stiamo in silenzio noi siamo la vostra cattiva coscienza, la Rosa Bianca non vi dà tregua!».
Quella qui sopra tratteggiata, come si può vedere, è solo un abbozzo di fenomenologia dell’indifferenza. Oltre che da Gramsci e Gobetti, esso viene evidenziato, secondo diverse declina-zioni, anche letterariamente da Alberto Moravia con Gli indifferenti (uscito tre anni dopo la scom-parsa di Gobetti, nel 1929: l’anno dei Patti Lateranensi tra l’Italia fascista e la Chiesa di Pio XI), da Dino Buzzati nel Deserto dei Tartari di (1949), come pure nelle tele di Felice Casorati (amico intimo di Gobetti, al quale dedicherà nel 1961 un ritratto), specie ne L’attesa, che anticipa drammaticamente i temi della solitudine e della passività che la gioventù italiana vive nella buzzatiana e surreale Fortezza Bastiani.
In conclusione, per riprendere una riflessione gobettiana, su cui ha fatto bene a insistere Bombino, si può asserire che c’è fascismo non solo là dove viene troncata violentemente l’unione del pensiero con la parola, dove cioè si è costretti con la forza e il terrore a mettere la sordina o il bavaglio alla propria coscienza, e quindi a tradirla.
Alla luce fioca dell’oggi, dall’interno dell’angoscioso tunnel della crisi dentro cui le nostre vite sono messe seriamente in crisi, si può affermare a ragion veduta che c’è fascismo anche e soprattutto là dove l’individuo isolato e monadico assiste passivamente – smartphone alla mano – al dissolversi impercettibile del legame tra parola e azione. Un legame che è il tratto costitutivo ed essenziale della partecipazione del popolo alla vita attiva della Repubblica e quindi il sale stesso della democrazia. In ogni epoca e sotto ogni latitudine, valga dunque il pensiero critico di Pascal: Voi dite che il sonno è l’immagine della morte. Io dico che è l’immagine della vita.
Franco Di Giorgi

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