Fabrizio Bacolla

Curiosità Storiche di: Fabrizio Bacolla

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LE AVVELENATRICI PIEMONTESI

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“La regina dei Longobardi Rosmunda” è un canto popolare antichissimo, considerato fra i più diffusi in Piemonte, ma conosciuto anche in tutto il Settentrione. Narra la storia di una donna che viene invitata dall’innamorato ad uccidere il marito Elmichi con del veleno cavato da un serpente, istigata dal prefetto bizantino Longino. Ma un bambino (di “pochi anni” o “pochi mesi”, a seconda della versione), denuncia a colui che chiama “caro padre” il tentato assassinio e questi obbliga la donna a bere anche lei l’intruglio”

 

Si tratta di un canto che il nostro famoso Costantino Nigra, studioso di “Canti Popolari del Piemonte”, ne fa risalire le origine del testo al V secolo d.C. e la riporta in un suo libro risalente al 1888. Dunque le donne sarebbero state le  avvelenatrici per antonomasia? In effetti, i vari signori e signorotti degli Stati Italiani vivevano nel terrore di essere avvelenati, quindi  I cibi destinati ai Principi, dovevano essere confezionati solamente da mani degne di fiducia, e naturalmente non potevano che essere quelle maschili. Questa la bieca mentalità dell’epoca.  Il bolognese Vincenzo Tanara, nel 1644, afferma che: ”Il più sporco degli uomini è più pulito della più pulita delle donne”. Le femmine sono bollate come ladre, sprecone, violente e naturalmente streghe. Tanara era un aristocratico, un marchese, e rispecchiava perfettamente il punto di vista della classe sociale a cui apparteneva. Purtroppo però, i reali casi di avvelenamenti premeditati a causa di gelosie, denaro o per semplice usurpazione di potere, la storia antica del Piemonte ce ne fornisce un’ampia descrizione.

 

Il primo esempio di legame mortifero tra donne e cibo lo abbiamo nell’antica Roma dove Locusta, che però era nata in Gallia dopo il I secolo, viveva in campagna e intanto imparava a conoscere le proprietà delle piante: sia quelle benefiche che le più dannose. Diventerà successivamente una schiava di Roma, ma la cosa non la infastidirà affatto, in quanto proprio nella Città Eterna riuscirà a costruire la propria fortuna, perché proprio nella Città Eterna riuscirà a costruire la sua fortuna, in quanto la conoscenza delle piante ed erbe era, allora, molto apprezzata. La sua specialità era la trasformazione in polvere di queste piante, prevalentemente a base di arsenico, ma era solita usare, anche, funghi velenosi, cicuta, giusquiamo e altre piante. Quando qualcuno voleva sbarazzarsi di un rivale politico o raccogliere un’eredità, i Romani avevano come unico contatto Locusta, anche perché il suo lavoro era così perfetto che i decessi sembravano tutti causati da morte naturale. soprattutto grazie alla propria conoscenza delle piante e delle erbe, allora molto in voga, prevalentemente a base di arsenico, ma lei era solita usare, anche, funghi velenosi, cicuta, giusquiamo e altre piante. La stessa Messalina, per sbarazzarsi di Tito, l’amante di cui si era stancata, si rivolse a Locusta e Agrippina, l’ultima moglie dell’imperatore Claudio, decise di utilizzarla per sbarazzarsi del vecchio marito. L’Imperatrice ebbe a incontrarsi segretamente con Locusta per discutere il modo con cui uccidere Claudio. Nel frattempo, la donna era stata condannata come assassina avvelenatrice, così Agrippina, astutamente,  le offrì salva la vita se avesse accolto la sua richiesta. Il giorno dopo consegnò una scatola piena di polvere bianca all’Imperatrice e le garantì che sarebbe stato sufficiente metterne una piccola dose nel cibo della persona che avesse voluto eliminare, e che quest’ultima sarebbe spirata al massimo nell’arco di mezza giornata. Sapendo che la vittima era molto amante dei funghi, preparò un miscuglio simile ai “miceti”, ma mortale. Così l’imperatore ingerì il veleno per ben due volte. Infatti, come se non bastasse, Locusta le somministrò anche della “coloquintide”, un’erba, che accelera gli effetti del veleno e impregnò con la stessa la piuma con la quale l’imperatore era solito farsi venire lo stimolo del vomito quando aveva mangiato troppo. Ciò era tipico presso i banchetti romani ed era chiamato “agébat emetikèn”, vale a dire che durante il pasto ci si procurava più volte il vomito in modo da poter mangiare la portata seguente. Così, Il 12 ottobre del 54 d.C., dopo aver fatto bere molto vino al marito, Agrippina personalmente gli servì il piatto coi funghi. Mentre mangiavano, incoraggiò Claudio a ingerire il migliore: quello più grande. Fiducioso si avventò su di esso. Dopo sei ore dall’ingestione iniziò ad agonizzare, andando in coma e morendo poco dopo. Per tutto il tempo Agrippina non smise un attimo di preoccuparsi del marito, interessandosi alle motivazioni dell’agonia di Claudio”.

 

Ma per Locusta non fu l’ultimo ordine che ricevette dalla Famiglia Imperiale. Il successore fu Nerone, figlio dell’Imperatrice, mentre Locusta era rinchiusa in una segreta del palazzo, Nerone aveva in mente di  eliminare Britannico, il figlio di Claudio, un ragazzo che compiva 14 anni proprio quel giorno. Come la madre , senza indugi, gli offrì la libertà se avesse portato a termine il compito affidatogli. L’avvelenatrice assassina fallì, causando solo diarrea al giovane. Nerone, venuto a sapere dell’errore di Locusta, scatenò la sua ira, schiaffeggiando e minacciando di morte la stessa nel caso avesse fallito ancora. Per essere sicura di non sbagliare per la seconda volta, sperimentò prima il veleno su una capra, ma l’animale morì dopo 5 ore, così si provò con un maiale e con quella sostanza spirò più rapidamente. Durante il banchetto  Nerone offrì del vino al giovane. Anche se venne prima testato da un assaggiatore di veleno, quel liquido risultò essere troppo caldo e dovette essere raffreddato con dell’acqua. Con grande astuzia,  l’arsenico e la sardonia erano proprio intrisi in quella brocca d’acqua. Durante il banchetto, Britannico, cominciò a soffrire di terribili convulsioni. Nerone, impassibile, minimizzò dicendo che era una delle solite crisi epilettiche che a volte lo colpivano e lo trasportò personalmente fuori dalla stanza. Nessuno dei presenti osò ovviamente esprimere ad alta voce i propri sospetti in merito all’accadimento. Qualche ora dopo, il 14enne morì e fu sepolto la stessa notte. Il suo corpo, fu bruciato e sotterrato a Campo di Marte, senza pompa magna e senza dissimulare la fretta di quell’azione. Dione e Tacito diranno nei loro scritti che “in quel momento una pioggia violenta cadde evidenziando la furia degli dei”.

 

 Nerone ricoprì Locusta di onori e parole grandiose, le donò una preziosa terra e le permise di aprire una scuola per insegnare i segreti delle piante. I veleni, da allora, vennero testati sugli animali, e talvolta sui criminali condannati a morte, nella nuova dimora dell’assassina, in un bel quartiere vicino al Palatino, dove vivevano molti cittadini potenti che iniziarono a frequentare la sua abitazione in cerca di un rimedio adatto al loro caso. Locusta si coricava presto la sera, salvo quando veniva visita da qualche amante anonimo, e la mattina portava a spasso i cani, che comprava di frequente perché utilizzati nello sperimentare i veleni associati a certuni schiavi ormai vecchi e malridotti. Tacito dirà che “l’Imperatore era così affezionato a lei, che per paura di perderla, metterà vicino alla sua casa degli uomini che la sorveglieranno affinché non le succeda niente”. Ma dopo la caduta di Nerone, finì anche la fortuna di Locusta. La sua carriera prosegue luminosa tra insegnamenti dei segreti delle piante nel suo laboratorio-scuola con test di veleni e servizi su commissione fino alla morte del suo protettore Nerone, avvenuta nel 68 DC per suicidio tramite veleno, procuratogli probabilmente dalla stesa sua amica Locusta. L’Imperatore Galba, suo successore, nel mese di gennaio del 69 d.C., l’accusò di 400 omicidi e la condannò a morte. Certamente discendente di una qualche tribù’ celtica, Locusta aveva sicuramente  una vasta cultura, conoscenze in ambito di erbe e persino di rudimentale medicina, ma non era semplicemente un’altra delle tante avvelenatrici, ma ” L’avvelenatrice di Roma”.

 

Locusta era nata in Gallia, patria di Druidi Celtici, di maghi e di amanti delle scoperte della natura terrestre e divina. La “Gallia” era l’odierna Francia, ma anche parte dell’odierno Piemonte. Fu dunque la piemontese Locusta la prima “avvelenatrice” della storia antica? Questo è impossibile saperlo ma gli indizi sono tutti a suo favore. Continuando così a scavare negli archivi storici piemontesi, ci si rende sempre più conto che la storia delle nostre avvelenatrici  è di un fascino difficile da cui è difficile rimanere immuni, e come negli vari casi storici che vi ho narrato, ve ne darò solamente un piccolo assaggio, per lasciarvi il resto dei curiosi avvenimenti che, a quei tempi, rappresentavano una vera e propria spada di Damocle  sospesa sul capo del malcapitato preso di mira. Giulia Tofana, cortigiana e fattucchiera siciliana, in quanto simpatizzante per donne che si sentivano intrappolate in matrimoni sbagliati, vendeva veleni da somministrare ai mariti e comporrà nel 1654, quello che diventerà il veleno storico per tutto il Rinascimento: “L’acqua di Tofana”, ottenuta miscelando acqua bollente, anidride arseniosa, limature di piombo e antimonio, che diede la morte a circa 600 persone, mentre a Palermo,  con “L’aceto dei pidocchi”, Giovanna Bonanno , dai documenti processuali, risulta che fosse persuasa di offrire un servizio socialmente utile per ridare la serenità a quanti volessero disfarsi del proprio coniuge e nel 1786, in evidente analogia con quanto aveva fatto Giulia Tofana a suo tempo, diventerà un’ avvelenatrice di professione scoprendo per puro caso la pericolosità del suo mortale miscuglio: una soluzione di vino bianco e aceto, completamente inodore e insapore. Dal quel momento “La vecchia dell’Aceto” si servì di questo potentissimo veleno per aiutare le proprie clienti, per lo più nobildonne, a liberarsi di amanti e mariti. Un’altra accusa riguarda la celeberrima Lucrezia Borgia, e in generale la sua famiglia, con l’uso di un veleno micidiale, chiamato Cantarella, o “Vino dei Borgia”, con la quale i suddetti avrebbero eliminato i propri nemici, versandolo nelle bevande o sul cibo. Si diceva fosse: ”Un veleno terribile, disse Lucrezia, un veleno la cui sola idea fa impallidire ogni italiano che sa la storia degli ultimi vent’anni. Nessuno al mondo conosce un antidoto a questa composizione terribile, nessuno, ad eccezione del Papa, del Signor Valentino e di me”. Dopo quest’ ultima, generale, ma necessaria panoramica italiana, abbiamo solo sfiorato il Piemonte con la diabolica Locusta , ma nei  i prossimi casi che vi racconterò, lo scandaglieremo, e si tratterà per lo più di fatti inediti e scrupolosamente accertati. A presto cari amici lettori.

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