Caterina Ceresa

Autore e collaboratore de La Voce del Canavese nell'alto Canavese di: Caterina Ceresa

Home / BLOG / PONT CANAVESE. C’erano una volta in tutti i paesi Masche, faje, sante e …

PONT CANAVESE. C’erano una volta in tutti i paesi Masche, faje, sante e …

pont-conferenza-donne-un-po-speciali-i-lettori

Quando si parla di donne speciali si pensa a quelle che, grazie alle loro capacità ed ai loro meriti, occupano posti di rilievo nella società. Nel caso della serata svoltasi a Pont presso la Società Operaia ed intitolata “Donne… un po’ speciali”, Elena Vittolo, ex-maestra elementare  dedita agli studi sulla storia del suo paese, ha invece voluto ricordare e rendere  omaggio  a figure femminili singolari ed un po’inquietanti:  quelle dotate di poteri “magici”. Sapevano curare e guarire  e lo facevano gratuitamente ma, nel mondo patriarcale, venivano guardate con diffidenza e sospetto e relegate ai margini della società. 

Venivano chiamate con denominazioni differenti: “masche se dedite alla lettura delle carte ed alla preparazione di pozioni; faje se tanto in sintonia con la natura da potersi trasformare in piante o in animali;   <sante> se possedevano doti di guaritrici. Ogni paese (ed ogni borgata) aveva la propria: nel caso di Pont  ce n’erano  una a Santa Maria, un’altra  a Bausano, una a metà strada fra Santa Maria  e Frassinetto e la stessa cosa valeva per le vallate circostanti”.

La loro – ha spiegato la maestra Vittolo  – “era una vita difficile, subìta  e non voluta, vissuta come un dono ricevuto da una donna morente e accettato da un’altra donna impossibilitata a rifiutarlo. Si <passavano il dono> in linea femminile, da madre o figlia o da nonna a nipote. Quella di cui vi racconto la storia l’ho conosciuta personalmente: ero una bambina piuttosto discola e spesso mi facevo male, così mi portavano da lei. Burro e carta da zucchero sulla parte dolente oppure frizioni con la grappa: questi erano alcuni dei suoi rimedi. E’ vissuta fra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento. L’ho chiamata Marietta ma non era questo il suo nome: veniva indicata come <quella che sa>. Piccola, magra, secca, con il gonnellone nero delle vallate ed il fazzoletto in testa,  non la si sentiva camminare ed era di poche parole; nessuno l’aveva mai vista ridere o cantare. Per lei parlavano gli occhi: erano magnetici e sembravano leggerti dentro. Non era mai andata oltre Pont e viveva in una casa isolata insieme alla nipote, allevando tre o quattro capre. Aveva ottimi rapporti con gli animali, comprese le vipere: ad una di esse permetteva di andare a bere il latte direttamente dalla capra”.

Nonna e nipote erano molto legate anche perché non avevano altri parenti  e tuttavia c’erano molti aspetti della loro vita che la ragazza – a cui viene dato il nome di Minina – non riusciva bene  a capire ed a spiegarsi. E’ proprio attraverso l’escamotage del suo racconto in prima persona che il personaggio della “santa” è stato descritto in modo più approfondito: nella lettura dei diversi brani si sono alternati Daniela Colombatto, Giovanna Vittolo, Fulvio Basiletti, Marta Aulo Gianotti e Luca Aulo Gianotti

 Molte persone bussavano alla porta di Marietta ma se la incontravano per strada fingevano di non conoscerla. Venivano all’alba o verso sera ed in quelle occasioni Minina veniva mandata a sbrigare qualche lavoretto. Per spiegare la diffidenza che le circondava, la nonna le aveva raccontato la favole della volpe e dell’uva ma c’erano delle stranezze che la ragazza non capiva: come potevano avere il burro fresco se non producevano nulla e non andavano mai a fare compere? Marietta non aveva fatto fare la Prima Comunione alla nipote, con il pretesto che “non abbiamo soldi per quelle cose lì” ed i preti la guardavano con sospetto.  Una volta, però, il parroco, incontrandola per strada, le aveva chiesto un certo unguento…”.

La nonna  voleva molto bene a Minina, anche se era poco esapnsiva. Non la lasciava mai sola, come  a volerla proteggere e, giunto il momento della morte (aveva 97 anni) le aveva comunicato che le avrebbe affidato un compito grave: non avrebbe voluto farlo ma doveva…

Una storia emblematica  per ricordare tutte quelle donne che consacravano la loro esistenza a lenire le sofferenze altrui, senza farsi pagare: erano i beneficiati a portare spontaneamente dei doni, per lo più generi alimentari. “Certo erano molto diverse dalla maghe che imperversano sugli schermi televisivi  e che dispensano responsi e consigli  a caro prezzo  – ha concluso la conferenziera –   Un medico di Pont confermava che più di una volta queste donne gli erano state utili per curare malati che vivevano in luoghi lontani e  troppo difficili da raggiungere”.

Commenti

Leggi anche

Grosso Valerio

MONTALENGHE. Lavori all’illuminazione pubblica per 120 mila euro

Lavori di illuminazione pubblica per il rinnovamento di circa 150 punti luce che ammonta a …

aeroporto di caselle

CIRIÈ. Dove vanno in vacanza i ciriacesi?

La Spagna e la Grecia in primis, ma perché no anche l’Italia. E chi riesce, …