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SALUGGIA. Rifiuti radioattivi fuori controllo

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Sembra incredibile ma tant’è. Il ministero dell’Economia fa guerra al ministero dell’Economia e a quello dello Sviluppo economico. Al centro della diatriba giudiziaria, che coinvolge Sogin (controllata dal Tesoro al 100% ma sottoposta all’indirizzo del Ministero allo Sviluppo) e Saipem (di proprietà dell’Eni  al 30% e della Cassa depositi e prestiti al 12%), ci sono i contratti per la «solidificazione» o se si preferisce “cementificazione” dei 233 metri cubi di acqua radioattiva di Saluggia e dei 3 di Rotondella (Matera). 

Più nello specifico Saipem, che nel 2013 come capofila di un gruppo d’imprese, aveva vinto la gara d’appalto, pari a 98 milioni di euro,  per il Cemex (edificio di processo per la cementazione delle scorie liquide e deposito temporaneo D3), ad agosto si è vista “risolvere” il contratto. Per questo ha deciso di portare Sogin in tribunale e di chiederle 70 milioni di euro di risarcimento.

Come si sia arrivati sino a qui non è dato sapere. O meglio, si sa, e sarebbero alcune difformità tra le specifiche di gara e gli allegati contrattuali. Sogin parla di «mancato completamento delle attività di progettazione costruttiva dell’infrastruttura e dalla manifesta incapacità a completare la realizzazione dell’edificio di processo e del deposito temporaneo in cui si articola il Complesso Cemex”, ma sarebbero, più che altro, questioni burocratiche. I lavori, approvati nel 2015 prevedevano, infatti, un controllo solo alla fine del giugno 2019.

Sì però…. “Dopo quattro anni, l’avanzamento del cantiere è solo del 10 per cento” aveva dichiarato l’amministratore delegato di Sogin, Luca Desiata nel maggio scorso alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

La tensione è alta anche considerando che a Saluggia il sito è situato a soli 30 metri dal torrente Dora Baltea, proprio sopra la falda che alimenta l’acquedotto del Monferrato.

S’aggiunge che mentre i liquidi ad alta attività (115 metri cubi) sono stoccati in un parco serbatoi realizzato nel 2003-2006, quelli a bassa attività sono ancora custoditi in contenitori realizzati negli anni settanta e nessuno sa in che condizioni siano, non foss’altro che ispezionarli, non è una cosa così semplice.

Tra i primi a muoversi, ci sono quelli del Comitato di viglianza dsul nucleare, al quale aderiscono Legambiente e Pro Natura.

“Ci auspichiamo che il consiglio d’amministrazione di Sogin – scrivono – di cui fa parte anche il sindaco di Trino, assuma urgentemente determinazioni in questo senso…”

Nel frattempo il Governo ha pubblicato – seppur tardivamente, a seguito dell’apertura di una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea – il Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, che prevede l’entrata in esercizio del Deposito Nazionale entro il 2025.

“A questo punto – dicono Legambiente e Pro Natura –  è evidente che non ha più senso costruire nuovi depositi “temporanei” (come il D3 annesso al Cemex) nei siti attuali, quando fra otto anni – secondo le previsioni del Governo – le scorie potranno essere portate al Deposito Nazionale. Sogin, tenendo conto del nuovo cronoprogramma contenuto nel Programma Nazionale e approfittando dell’interruzione dei lavori conseguente a questa rescissione del contratto d’appalto, dovrebbe riconsiderare il progetto del Complesso Cemex…”

Come?

Terminando la realizzazione dell’edificio di processo (impianto di solidificazione delle scorie liquide) entro il 2024, per poter iniziare la cementazione delle scorie liquide entro il 2025 e stralciando dal progetto la realizzazione del deposito temporaneo D3.

“E’ evidente a tutti che costruire ora un deposito “temporaneo” quando è prevista, fra otto anni, l’entrata in esercizio del Deposito Nazionale definitivo sarebbe solo un immane spreco di denaro” concludono Legambiente e Pro Natura.

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